Il covid-19 sicuramente ha stravolto le nostre vite e contribuito a cambiare desideri e convinzioni di molti. Una delle tendenze nate con l’emergenza sanitaria, complice la possibilità o la necessità di lavorare in smart working, è sicuramente quella di lasciare le grandi città per trasferirsi in campagna.

trasferirsi in campagna

La Vita al Tempo del Coronavirus

Dobbiamo ammettere che in questi ultimi due anni, tutti noi abbiamo subito uno stravolgimento nella quotidianità delle nostre vite. Seppur lasciandoci una parvenza di normalità e in piccole dosi, la Pandemia ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare e soprattutto quello di agire. Ci siamo scoperti più fragili, sicuramente vulnerabili, forse tanto soli o al contrario abbiamo ritrovato il gusto della “comunità, anche se virtuale.

Il bisogno di appartenenza

Di sicuro, dentro i minuti della lancetta del tempo che inesorabile scandisce le nostre esistenze, nascosto nella cenere dei ricordi, che solo di tanto in tanto riaffioravano vividi come oggetti non ancora bruciati, abbiamo ritrovato più di un desiderio: la voglia di appartenere, il bisogno di radici da riscoprire, la necessità di trovare qualcosa di autentico da condividere.

Trasferirsi in campagna: antidoto antico o nuova necessità

Per quanto le città possano essere amate e si abbia nostalgia di quando erano brulicanti di vita a tutte le ore, l’emergenza sanitaria e la paura del contagio spingono sempre più persone a decidere di andare a vivere in campagna. Ma è veramente una necessità dei nostri giorni o questa modalità la ritroviamo come una costante nel corso dei secoli, ogni qualvolta ci si trovi in una situazione di pericolo pandemico?

Storie antiche, storie nuove

 Prima di occuparci dei vantaggi del trasferirsi in campagna in questi tempi bui, ci sembra appropriato e, se volete, anche divertente, approfondire il discorso con qualche citazione un po’ colta, giusto per non pensare che la Storia siamo solo noi, qui e ora nel nostro presente. Non voglio certo riempirvi la testa con vicende di un passato lontanissimo ma giusto per dire, sapete come, ogni evento porta in sé un aspetto negativo ma anche dei risvolti positivi. E la cultura rispetto a ciò non è mai troppa.

Storie di pandemia

Siamo nel 1349 circa. In Europa imperversa la peste nera. La popolazione europea sarà decimata da questa pestilenza pandemica che proviene dall’Oriente. L’Italia viene colpita duramente. Venezia vede dimezzato il numero dei suoi abitanti. Napoli. Palermo. Genova. Firenze tutte decimate dalla peste.

Ed è proprio Firenze che fa da sfondo ad una delle opere in volgare che hanno fatto la storia della nostra lingua: il Decameron di Giovanni Boccaccio. Ora mi direte, che ci azzecca Boccaccio con il Covid-19 e la tendenza ad andare a vivere in campagna? Ecco qua. Detto fatto, adesso ve lo spiego. Il Decameron è una raccolta di cento novelle. Il libro è introdotto da una cornice (così si chiama questa parte del libro) nella quale l’autore presenta la situazione che ha dato origine all’opera.  Dieci (ecco, il numero per le leggi attuali è un po’ esagerato, noi al massimo in sei possiamo stare) giovani fiorentini benestanti, diciamo i ricchi del tempo, va’, si riuniscono in una villazza di campagna per sfuggire alla peste nera che sta devastando la città. E qui, invece di chattare su fb o instagram, raccontano delle storie, per la verità un po’ piccantine, ma ci sta. Come vedete, i tempi cambiano, gli strumenti pure, le epidemie quasi ma l’uomo rimane sempre uguale. E la campagna? Da sempre un alleato e un antidoto per esorcizzare paure.  

Emanuela D’Arpa

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